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L’AI nel venture building: cosa accelera davvero, e cosa no

L’AI ha reso molto più economiche alcune parti del venture building. Non quelle che decidono se una nuova venture funziona. È su questa differenza che il budget va nel posto giusto o in quello sbagliato.

Una lunga timeline grigia delle fasi di una venture sopra una molto più corta, in cui ricerca, modellazione e prototipi si sono ridotti, mentre accesso ai clienti, decisione e organizzazione hanno mantenuto la loro durata

Ormai ogni presentazione sull’innovazione in azienda ha una slide sull’AI. La promessa è quasi sempre la stessa: nuove venture in settimane invece che in anni, con team più piccoli e meno rischio.

In parte è vero. La parte che non è vera è proprio quella che costa di più.

L’AI ha reso molto più economici alcuni passaggi del venture building: la ricerca, i modelli, le prime versioni di un prodotto. Altri passaggi non si sono mossi di un giorno, e sono esattamente quelli che decidono se una nuova venture funziona. Se il budget viene pianificato come se tutto fosse diventato più veloce, i risparmi finiscono nel posto sbagliato e il rischio resta dov’era.

Dove l’AI comprime davvero il lavoro

La ricerca. Un’analisi dei competitor che richiedeva una settimana di desk research oggi si abbozza in un pomeriggio. Duecento recensioni, quaranta trascrizioni di interviste, una pila di report di settore: l’AI li legge più in fretta di qualsiasi analista e fa emergere i temi ricorrenti e, cosa più utile, le contraddizioni. Il primo passaggio non è più il collo di bottiglia.

Il limite va detto chiaramente. L’AI riassume quello che le persone hanno detto. Non sa cosa faranno, e non distingue una risposta di cortesia da un’intenzione reale. La sintesi è il punto di partenza per la domanda successiva, non la risposta.

I modelli. Dimensione del mercato e unit economics vivevano in fogli Excel che nessuno osava toccare una volta che funzionavano. Oggi i modelli si aggiornano appena cambia un’assunzione, e lanciare uno scenario migliore e uno peggiore richiede pochi minuti. Questo cambia la conversazione: invece di difendere un numero, il team vede quale assunzione sposta di più il risultato. È quella da testare per prima.

Costruire per imparare. È il cambiamento più grande. Quando i conti di mercato reggono e il problema è abbastanza chiaro da far emergere una soluzione, un prototipo funzionante può essere pronto in pochi giorni invece che in mesi. Non un prodotto. Qualcosa di abbastanza buono da mettere davanti a utenti reali per osservare cosa fanno.

Grafico a barre di sei fasi di una venture prima e dopo l’AI. Ricerca, modellazione e prototipi si riducono molto; accesso ai clienti, decisione go/no-go e approvazioni interne quasi non cambiano
Dove l’AI comprime i tempi, e dove no. Proporzioni illustrative.

Cosa non diventa più veloce

L’accesso ai clienti giusti. L’agenda di nessuno si è accorciata. Venti conversazioni con chi decide davvero l’acquisto richiedono ancora settimane per essere organizzate, e restano le ore più preziose di tutto il processo. L’AI può preparare la traccia dell’intervista. Non può sedersi al tavolo.

La decisione. L’AI produce dieci motivi plausibili per cui una venture potrebbe funzionare e dieci per cui potrebbe fallire. Capire quale assunzione farebbe crollare tutto, e se le evidenze bastano per investire soldi veri, resta una scelta di cui qualcuno deve prendersi la responsabilità. Il go/no-go non diventa più veloce perché le slide si fanno più in fretta.

L’organizzazione. In un’azienda strutturata il passaggio più lento raramente è la ricerca. È il ciclo di budget, il comitato, l’approvazione che aspetta il prossimo consiglio. Un prototipo costruito in quattro giorni che aspetta tre mesi una decisione non ha fatto risparmiare nulla. È anche il punto in cui di solito si fermano i programmi di AI: non sulla tecnologia, ma su mandato, governance e dati.

La fiducia. Si compra ancora dalle persone. Soprattutto nel B2B, dove il primo cliente si prende un rischio dicendo di sì.

Il nuovo rischio: costruire più in fretta di quanto si impari

Siccome costruire è diventato economico, oggi i team costruiscono prima di sapere. Il costo di un prototipo è crollato. Il costo di costruire la cosa sbagliata no, perché la maggior parte di quel costo non è mai stata il codice. È tempo, attenzione e un team che si affeziona a ciò che ha fatto.

Un prototipo costruito in un pomeriggio resta un prototipo che qualcuno difenderà alla riunione successiva.

Per questo la disciplina conta più di prima, non meno. Ogni test ha ancora bisogno di una metrica e di una soglia fissate prima di partire. La velocità è un vantaggio solo se accorcia la distanza tra una domanda e la sua risposta. Se accorcia solo quella tra un’idea e una demo, ha reso più rapido l’errore di sempre.

Due colonne. A sinistra ciò che l’AI accelera - sintesi della ricerca, modelli che si aggiornano, prototipi in pochi giorni. A destra ciò che resta umano - accesso a chi compra, la decisione go/no-go, mandato e budget
La divisione con cui lavoriamo: all’AI le prime due colonne del lavoro, alle persone l’ultima.

Come la usiamo in SUBLIME Ventures

Usiamo l’AI dove toglie settimane senza togliere giudizio. Desk research e prima sintesi delle interviste, sempre verificate su una fonte primaria prima di decidere qualcosa. Modelli di mercato e di unit economics che si aggiornano, invece di fogli di calcolo che si congelano. Prototipi rapidi, ma solo dopo che le assunzioni di livello più alto hanno retto, mai per saltarle.

Quello che teniamo umano è la parte che porta il rischio: parlare con chi compra, leggere quello che fa invece di quello che dice, e prendere la decisione. Quando una venture va fermata, serve ancora qualcuno disposto a dirlo e a spiegare perché.

L’AI non toglie l’incertezza di una nuova venture. Toglie le scuse per non metterla alla prova presto.

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L’autore
Riccardo Ongaro

Riccardo Ongaro guida SUBLIME, studio di venture building e strategia con sede a Treviso. Da oltre undici anni costruisce e scala nuove venture tra Europa e Medio Oriente.

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